
Furono i gli antichi greci a introdurre questa pianta nelle aree da loro colonizzate. L’azione mitigatrice del mare, associata alla presenza degli Appennini, barriera naturale contro le correnti fredde del nord, la buona fertilità del terreno e la giusta quantità di piogge, hanno rappresentato le condizioni ideali pedo-climatiche per la crescita di espansione di questa pianta. Il fico, infatti, ha da sempre caratterizzato il paesaggio rurale campano ed in particolare del Cilento. Già Catone e poi Varrone raccontavano che i fichi secchi costituivano spesso l’alimento base dei contadini dell’epoca tanto da essere chiamato “pane dei poveri”, grazie all’abbondanza degli stessi e la facilità di conservazione mediante l’essiccazione. Fin dall’epoca romana venivano decantati per la bontà, considerati vere proprie leccornie, ricercatissime dai mercanti interessati a rifornire i più ricchi mercati del momento, divennero così una consistente fonte di reddito per i contadini del luogo. Per secoli la stessa manodopera agricola dedita alla coltura a alla raccolta dei frutti era anche impiegata nell’essiccazione. È quindi semplice capire come questa convivenza millenaria abbia condizionato fortemente la cultura locale, influendo nelle espressioni idiomatiche, nelle storie, nelle fiabe e in tutto ciò che è espressione dell’immaginario umano.
Il Fico Bianco del Cilento Dop può essere gustato al naturale e con ripieno di noci e mandorle e ricoperto di cioccolata, infilzati con una stecca di legno a mo’ di spiedino.
Sulle confezioni vengono raffigurati tre fichi maturi che lasciano intravedere la tipica progressiva maturazione del frutto in essiccazione, poggiati su una superficie verde che evoca un prato. Di fianco ai frutti, nelle parte destra del disegno, si visualizzata una parte di colonna greca in stile dorico. Sullo sfondo compare una squarcio di cielo azzurro con il sole raggiante.