Valle d'Aosta

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DA SEMPLICE COMPARSA A PRIMADONNA DELLA GASTRONOMIA ITALIANA

Unita al Piemonte da un cordone ombelicale storico, oltre che da una specie di affinità elettiva, la Valle d'Aosta ha faticato a staccarsi dalla comune matrice rappresentata dalla cultura francese, che la gente e gli intellettuali di questa terra adottarono in omaggio alla "Petite Patrie".
"Credo che questo sia il solo paese - scriveva uno dei maggiori critici letterari italiani, Natalino Sapegno, nato ad Aosta, - che ha conservato nella lingua, nelle credenze, nei gesti e negli affetti, almeno una parte della tradizione del vecchio Piemonte savoiardo che mi stanno a cuore...". Uno spirito di comunanza che forse è consistito solo nella tenace e tradizionale volontà di "spiemontizzarsi", volontà che Sapegno condivise con altri storici conterranei, Francesco Chabod e Alessandro Passarin d'Entrèves.

Accanto alla "Grande Patrie", un'Italia mai rinnegata ma sempre lontana, i valdostani, all'indomani della unificazione nazionale, cominciarono a studiare la storia e la tradizione e a dare dignità letteraria al dialetto franco-provenzale. Il distacco dalla cultura francese, all'insegna della suprema esigenza di "fare gli italiani", lasciò certo un retaggio colto, una fibra d'eredità duratura nel sangue valdostano, ma in nome di questa esigenza fu sacrificato il rispetto della minoranza linguistica francofona. Non a caso, all'interno della Resistenza valdostana riemersero tensioni autonomistiche e anche sogni di annessione alla Francia, che affondavano le radici nella rabbia impotente verso la politica fascista, brutale levatrice di una burocratizzazione e italianizzazione forzata.

Con i trafori del Monte Bianco e del Gran San Bernardo, le risorse del casinò di Saint-Vincent, lo sviluppo delle stazioni sciistiche di Cervinia e Courmayeur e la "vendita" della risorsa paesaggistica, l'indomito spirito valdostano, oltre a ritrovare un equilibrio tra le spinte separatiste e i timori di disgregazione dello Stato, ha colmato la falla aperta nei bilanci regionali dall'abbandono della montagna e dell'economia agro-pastorale.

Frutto di un isolamento morfologico, la gastronomia valdostana è incentrata sull'alpeggio e sulla conservazione e lavorazione delle carni. Esigenza derivata dalla difficoltà degli spostamenti e quindi dalla necessità di conservare a lungo i prodotti.

Alla base di molti piatti tipici regionali vi è la Fontina, formaggio Dop che ha permesso la creazione della fonduta e della polenta concia. L'altro formaggio Dop della regione è poi il Valle d'Aosta Fromadzo. Ma alle mucche pezzate valdostane non si deve solo il latte, che è la grande ricchezza di questo territorio e padre di pregiati formaggi, ma anche la "feta de tetoun", salume fatto con la mammella dell'animale, che a Gignod, a fine agosto, dà origine a una celebre fiera.

Se poi da Gignod si sale a Saint-Rhémy-en-Bosses da non perdere è la sagra del Jambon de Bosses, unico e straordinario prosciutto Dop regionale, in felice connubio con il lard d'Arnad, ricavato dalla spalla e dal dorso del suino, della cui bontà è responsabile la "segreta" miscela di conserva fatta di aromi ed erbe tra cui pepe, alloro, salvia, rosmarino, chiodi di garofano, cannella, ginepro, noce moscata e achillea millefoglie.
Non si può non far cenno all'unico vino Doc della regione, l'Aosta, prodotto in ventitré tipologie diverse, tra cui l'ottimo "Enfer d'Arvier".

Un paniere di prodotti certificati che, dopo essere stati inspiegabilmente banditi dalla tavola italiana per secoli, altrettanto misteriosamente sono tornati alla ribalta per trasformare la gastronomia regionale da semplice comparsa a primadonna della cucina italiana.