
Si parte da Prato, città di tessuti. "È finito a Prato in una balla di cenci anche il vestito da borghese che il re Umberto portava a Monza quando Gaetano Bresci, che era di Prato, lo ammazzò a pistolettate", ricorda lo scrittore pratese Curzio Malaparte nel suo "Maledetti Toscani". E aggiunge "non s'è mai saputo se finì lì per caso, o se fu un pensiero gentile della regina Margherita, o del re Vittorio, suo figlio, quello di vendere ai pratesi, come straccio, il vestito del re Umberto bucato da un pratese". Città di monumenti, Prato: il castello del X secolo e il Duomo con gli affreschi di Filippo Lippi, che, dice ancora Malaparte, "appare sulla piazza con la sua fronte marmorea, a strisce bianche e verdi con il pergamo di Donatello e Michelozzo, appeso come un nido all'angolo della facciata e il bel campanile che servì da modello al campanile di Giotto, ma più di quello è semplice, snello e schietto: di pietra tagliata, di buona e liscia pietra pratese". Il soffio di vento, che porta via i vapori umidi e diradandosi lascia l'aria secca, svela le colline lontane di Prato: le tre gobbe verdi del Monte Ferrato, gli olivi di Filettole, Santa Lucia e i cipressi del Poggio del Fossino, sopra Coiano. Momenti di contemplazione visiva e spirituale che hanno ispirato al nostro Malaparte sentenze come: "il solo difetto dei toscani è quello di non essere tutti pratesi". Città anche di biscotti secchi come le mandorle e di una particolare mortadella di maiale (anch'essa di Prato) ottima consumata calda con contorno di fagioli.
E poiché la forma delle cose si distingue meglio in lontananza, allontaniamoci trentacinque chilometri da Prato per assaporare lo stesso conforto della luce azzurra e verde che piove dall'alto nelle acque grigie di Montecatini Terme, una delle più frequentate stazioni termali italiane. Qui la sosta è dolce: le cialde di Montecatini (sottilissime sfoglie con miscela di mandorle, cotte in forno) e i brigidini, cialde d'uovo all'anice inventate dalle suore del convento di Santa Brigida, vanno gustati con il vino (qui nettare di vitigni rinomati come il Pinot Bianco, Pinot Grigio, Sauvignon e Semillon oltre al Vermentino e al Trebbiano).
Da Montecatini a Castelnuovo Garfagnana: 76 chilometri attraverso l'incontaminata Garfagnana, dove banalmente si potrebbe dire che la gente è ospitale, le acque dei torrenti limpide e il farro fulcro della cucina tradizionale, ma la verità, si sa, a volte è banale. La Valle del Serchio contesa tra Lucca, Pisa e Firenze, stretta tra l'esigenza di tranquillità sociale e di benessere economico, si dette nel Quattrocento a diversi signori: Barga a Firenze, la Garfagnana agli Estensi mentre Castiglione e le altre terre rimasero fedeli a Lucca. In Garfagnana soggiornò a lungo il poeta Ludovico Ariosto, in qualità di commissario estense, che rubò nel suo "Orlando Furioso" il plot dei poemi cavallereschi, composti in rima dagli autori locali per la stagione estiva del raccolto, ispirati alle peripezie del re turco e cristiano, dei paladini di Francia e dei Mori di Spagna. Coreografiche messe in scena, ancora allestite con il nome di Maggio fiorentino, in questa area stretta tra gli Appennini toscani ed emiliani, all'ombra di secolari castagni, piante da cui si ricava una farina leggera e profumata.
Da Castelnuovo, un lungo tratto lungo l'Appennino ci porta verso l'ultima tappa del viaggio fino a Colonnata, per assaggiare il lardo di maiale conciato con salse e spezie e fatto riposare per sei mesi in vasche di marmo di Carrara. Un consiglio: portatevene a casa un chilo per prolungare il piacere del viaggio e scacciare la nostalgia.